Gianmario Lucini

Gianmario Lucini

Poemetti del dito, bestiario e altre confessioni

 

ISBN 978-88-897224-51-8

Edizioni CFR - 2012 - pp. 64,  € 10,00     Richiedere a gianmariolucini@gmail.com

 

 

 

Una raccolta di poemetti e poesie nella quale l'autore dà la stura a un riso amaro, a un'intenzione semiseria oscillante fra il giocoso e il sardonico, liberando una giocosità aggressiva e certamente non "politically correct" contro alcuni bersagli (la Pubblica Amministrazione, i guerrafondai, gli intellettuali e i giornalisti deferenti e omertosi, i poeti troppo intenti a sgomitare per trovarsi un loculo nella letteratura, il perbenismo del giudizio sulla poesia civile, ecc.).

La prima parte del volume comprende 8 poemetti in ottave e metrica libera (oltre un migliaio di versi), la seconda comprende Bestiario (25 poesie su vizi e virtù delle bestie), Uccelli (una metafora della convivenza umana) e Pranzo di nozze (una riflessione sullo stile di vita edonistico - forse non più attuale, considerando i nostri tempi, ma così girava il mondo).

Si tratta di composizioni datate (le più recenti, ossia i poemetti iniziali, sono del 2006, che l'autore ha deciso di pubblicare proprio per evitare di pensare continuamente se pubblicarle o no, considerandoli cari peccati della maturità ma anche scritti in uno stile che ora non è più il suo e in uno spirito (goliardico, ironico, scanzonato, irridente ma spesso anche amaro e a volte con punte di elegia) dal quale oggi, considerato l'orizzonte storico e politico, è lontano (e considerando che per molti anni a venire, questo sarà il futuro orizzonte...).

 

 

 

Dello stesso autore, nel catalogo CFR, per la poesia: A futura memoria,  Il disgusto,  Monologo del dittatore,  Ballata avvelenata,  Poemetti del dito, bestiario e altre confessioni Krisis,   Canto dei bambini perduti Per il bosco, Memorie del sottobosco, Hybris

Per la saggistica: Editore impostore Ipotesi sulla nascita della poesia Cattivo maestro libro, Pensiero poetico e critica integrale dell'arte

 

 

[...]

Dimesse dal reparto d’ostetricia

sono bianche le puerpere e un’aura

le soffonde serafica. Sorridono

sorpresi da una gloria femminile

i padri intimiditi dall’evento

ch’è di certo il maggiore della vita

d’un uomo: sono codeste le scene

che mi ripagano dai medicali

 

sguardi morti, che soltanto rinascono

a un annunciato aumento di stipendio

- ah divo Ippocrate che fine indegna

la tua perfetta dottrina, nel segno

di tempi cupi... - e a volte mi rincuora

lo slancio delle giovani infermiere

della Scuola, quelle ai primi servizi

nel loro camice lindo, un rossore

 

gentile sulle guance adolescenti,

non ancora coinvolte nella logica

del sistema che trita come macchina

chi vorrebbe fermarsi per riflettere

sul senso di questo folle delirio

per scale e corridoi dietro al tempo

che non basta – alla loro educazione

provvederà la risocializzazione -.

[...]

 

 

[...]

Diceva il capo: “ceda all’evidenza,

qui non facciamo spreco di cultura

ci basta una mediocre conoscenza

non oltre l’ovvio, una modesta scienza

del bene e del male. Per il resto

abbiamo stregoni, maghi, creativi

creati da ogni scuola e da ogni setta:

- mi ascolti: qui si muore per star vivi...”

 

La scrivania è un ingombro di macerie

di vite altrui, frantumati corpi, rottami

di reni e polmoni.  Mi sento macellaio

che l’ossa disossa d’esistenze rotte,

scruta asettiche carte del dolore

e le riduce a numero, a statistica,

ticket da infilare in teche di plastica

a futura memoria dei sopravvissuti.

 

Vengono a frotte fin dal mattino presto

s’ingolfano in scale e corridoi i derelitti

dal mondo della produzione, i vecchi

che lottano col tempo ed esibiscono

piaghe dell’anima e del corpo in bella vista

sfaceli affidati a cure infermiere

di anime in càmice che fluttuano leggere

all’orizzonte della nostra sera.

 

La fila si allunga dall’entrata alla cassa

serpeggia scomposta nel corridoio,

sussurrando rosari di anamnesi e cure

inutili e costose; poi sul mezzogiorno

si placa, quando il medico di turno

accelera il ritmo.  Nel corridoio

vuoto aleggia una nebbia di sciagura

di avventura o sventura – il senso della storia -.

[...]

 

 

[...]

Fra i colleghi c’è chi sgòmita per svolgere

questa o quella mansione – ma non sanno

che il tempo divorerà ogni scrivania,

triturerà le seggiole, divellerà finestre

e pavimenti che pure sopravvivono

a più generazioni d’impiegati:

non serberà carte, o scaffali, o i files

sepolti nei back up centralizzati... -

 

Accetta la tua regula impiegato

moderno asceta del fare e del disfare

risolutore di problemi inesistenti

sacerdote degli archivi e dei màceri:

in questa grande casa della cura

per ogni corpo risanato un’anima

si sgretola, assorta nel caso clinico

- che è devianza di madre natura -. 

[...]

 

 

[...]

 

Vennero anche a cercare l’uranio

geologi, ingegneri, sacerdoti

delle magnifiche sorti e progressive. 

A noi mostrarono le diapositive

di lucenti minerali verdi e gialli;

«ogni pericolo è sotto controllo»

dicevano.  E il buon selvaggio annuiva

perché il progresso non è poi così cattivo...

 

Il progresso è buono e la scienza non è male

si sostengono a vicenda per il nostro bene

solerti e discreti, per alleviare le pene

e renderci felici ad ogni costo.  Lascia fare

a loro non ergerti a giudice, non sputare

nel piatto generoso della Provvidenza

- che ci ha dato la tecnologia e la scienza

per risparmiarci la fatica di pensare -.

[...]

 

 

[...]

Non esiste assassinio nel gergo militare

soltanto abbattere il nemico, annichilirlo

- in una sorta di cinismo minimale

che cede alla battuta grassa - ammorbidirlo

con l’artiglieria e dall’alto osservare

se fra i mille effetti collaterali

un vero obiettivo sia colto dal proiettile

intelligente guidato dalle macchine.

 

Non esiste ammazzare, e neppure rubare

se c’è la guerra, è tutto regolare

sancito dal diritto internazionale:

la strage è soltanto distrazione

mancanza d’esatte informazioni

l’intoppo imprevisto al meccanismo

decrepito dell’etica militare

- pia illusione del collettivo immaginario -.

 

Chi fa la guerra è sempre per difesa

nessuno attacca, tutti sono attaccati

la guerra è un gioco semovente

si innesca a tempo, imprevedibilmente

preventivamente per salvare i valori

i grandi ideali della democrazia

la guerra ci salva dalla carestia

crea altri spazi, procura nuovi affari.

[...]

 

 

                   Da Bestiario

I.

 

Lo stercorario è quell’artista raro

che riscatta dal degrado la sozzura,

dal letame riplasma una bellezza

di forme, con consumata bravura,

 

demiurgo di schifezze marcescenti

dalla morte le riporta alla vita

- capolavori di perizia ed escrementi

rotolati alla meta con fatica -.

 

Lo stercorario a suo modo è poeta

e il poeta a suo modo è stercorario.

 

 

XVIII

 

Lo stambecco è un animale lento

un monumento di muscoli e corna

che filosofa su immani strapiombi

per ore intere, scolpito contro il cielo.

 

Ma se non medita si muove agilmente

sui più scoscesi dirupi col cuore

fermo e grazia di movenze

a lunghi balzi salta sugli abissi.

 

Mi dice il cacciatore “non c’è gusto

a sparare lo stambecco: è come in guerra

sparare sulla Croce rossa”.  Ma poi

mi confida una segreta ricetta

 

per cucinare la carne di stambecco.

Ho l’impressione d’esser coglionato

e fra me stesso mi dico: “andiamo!

amico a che gioco giochiamo?”.

 

 

XXII

 

La mosca perduta nel liquore

non ronza più: rinuncia alla vita. La tocco

con uno stecco e per debole riflesso

di quel che era solleva una zampetta

 

- com’è triste soccombere di brama,

morire avvelenati in quello che si ama.

 

 

              Da Uccelli

 

VII

 

Graziosi e indifesi

batuffoli che pulsano e fremono

che inteneriscono e incutono

un sentimento etico ed estetico.

 

Ma non fidarti dell’apparenza:

se fossi un verme sapresti

di voraci spietati assassini

che si muovono come macchine

di morte – e quel morbido

piumaggio ti parrebbe un abito

non certo indossato da monaco.

 

Sono anche, nel genere mammifero,

simili spietati animali

pur se non hanno l’ali e non divorano

ma fanno a pezzi le vittime

senza neppure toccarle

e i resti abbandonano al sole.

 

 

                    Da Pranzo di nozze 

 

VI

 

Ogni stagione ha i suoi frutti e noi

da che non abbiamo più stagioni

non abbiamo più frutti, ma prodotti

dell'ingegno che sfavillano, eroi

semprevivi e senza tempo

che sfidano leggi di natura, distanze

inverni e cieli in perenne subbuglio.

 

Sempre-sani grandeggiano sgargiando

da enormi cesti in bella vista

ed è festa per gli occhi,

un sole a buon mercato

del quale godiamo, gustando forza

e onestà che sprigionano polpe e gherigli

- oh noi, sicuri che ai nostri figli

altrettanto sarà dato e più ancora

poi che l'amore misuriamo

con soli artificiali e frutti di serra.

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