Gianmario Lucini

Fiammetta Giugni

Carmina flammulae

Prefazione di Cristina Bartolomei

 

ISBN 978-88-897224-27-3

Edizioni CFR - 2012 - pp. 88 € 14,00                             

 

Max Jacob rimproverò al grande scrittore, poeta e filosofo Edmond Jabès di esser capace di scrivere centinaia di pagine senza che mai vi comparisse la citazione di un utensile quotidiano, di una qualche cosa, concreta. Solo giocando, magistralmente, con termini astratti. Tutt’al contrario, nella raccolta qui presentata. Ma nulla in questa poesia è concessione alla banale opposizione di sentimento e pensiero. La «misura della terra» è misura di questo inscindibile rapporto, vissuto nel dramma della slogatura, della reciproca incommensurabilità e insieme della reciproca necessità.

Solo nella invocazione che venga il vento e spezzi una unità compatta, granitica, autosufficiente di un pensiero strutturato con spigoli duri (così in una delle poesie), giacché la sostanza è troppo dura per contenere il senso.

Molte sono le vie umane dei saperi, delle espressioni, del fare attraverso le quali il senso viene cercato e creato: nessuna migliore di altre, nessuna senza le altre. Offerta ci viene qui, nella specifica declinazione poetica, la grazia originaria della parola che di sé può dire: «ma io sono la lingua/del sodalizio/la destinata a dire/la madre feconda del nome/io sono la creativa della glossa a commento/la nota intonata», e lo può dire in forza di «un refuso di grazia sulla punta della lingua nuda».

                                                                            [M. C. Bartolomei ]

 

L’anima di questi versi è pertanto l’anima montanara, abituata al rigore del clima, delle condizioni di adattamento, capace di vibrare alla bellezza semplice e grandiosa della natura, abitandola come si abita un santuario, un luogo di antica magia. A questo rigore già alludeva Abramo Levi nella sua prefazione a Logotelìa, la prima raccolta di Fiammetta Giugni, quando scrive che la sua poesia “potrebbe essere rappresentata da quel filo a piombo con il suo peso finalistico verticale che incrocia con il filo a piombo orizzontale dello sguardo”. Abramo (altro grande animo montanaro), con la sua sensibilità acuta e attenta, ci sta bene anche in questa raccolta: aveva uno sguardo lungo ed ha visto lontano, col filo a piombo del suo sguardo, perché la costante della poesia di Fiammetta è proprio questa - ed egli l’aveva intuita già allora. [ G. Lucini ]

 

Altre opere della stessa autrice: Per un'architettura del Sé (2013), Il libro mastro (2011)

 

Commenti in rete:

 

https://cartesensibili.wordpress.com/2012/04/29/ccarmina-flammulae-quando-basta-una-piccola-miccia-per-incendiare-lanima-fernanda-ferraresso/

http://cartesensibili.wordpress.com/2012/04/20/fiammetta-giugni-carmina-flammulae/#comment-5857

http://cartesensibili.wordpress.com/2012/04/20/fiammetta-giugni-carmina-flammulae/

http://viadellebelledonne.wordpress.com/2012/04/22/fiammetta-giugni-carmina-flammulae-nota-di-arnold-de-vos/

http://viadellebelledonne.wordpress.com/2012/06/20/narda-fattori-legge-fiammetta-giugni/

http://www.ilgiornaledivicenza.it/stories/Cultura_e_Spettacoli/364121_fiammetta_che_ti_accendi_attenta_al_vento_della_vanit/

 

 

 

Commento di Sebastiano Aglieco

                                              in http://miolive.wordpress.com/

Fiammetta Giugni: Seduta qui fuori

Fiammetta Giugni, Carmina Flammulae, Cfr 2012

Certo, chi sbandiera ai quattro venti, per istinto di sopravvivenza, l’esistenza di una ristretta cerchia di voci superiori, dovrà  prendersi la responsabilità di escludere, da questa ipotetica e perfectissima città ideale, la gramigna che tenacemente si arrampica sopra i muri perimetrali, finendo, prima o poi di roderli dalle fondamenta. Perchè questo la poesia è, prima di tutto: voce che s’incarna e non ha potere, e poteri non cerca. Piuttosto, tenacemente rode come l’edera, fa quello che deve fare e non deve niente a nessuno. La poesia, che è voce impersonale incarnata nella persona, trascina con sé biografia e autobiografia, lacerti del sé e lacerti del mondo. La poesia un poco ci appartiene e un poco ci lascia tremendamente “appartenenti” a qualcosa di altro da noi. La poesia è una casa senza porte e senza finestre.

Nel caso della poesia di Fiammetta Giugni  siamo nel territorio della difesa ad oltranza, della difesa ad essere. Essere fratelli dei fiori, portare la bellezza e la lotta per apparire “perfectissimi” nel breve tempo che ci e’ concesso.

Molto assomigliamo agli abitanti di questo giardino:

il fico è sempre ultimo a infogliarsi

e mi si attarda

sembra meditare

e soffrire

e’ un Giobbe piegato

sotto gli sguardi bianchi

acuti delle cime

p.19

c’e’ del buono  lo sento

nell’ordine fitto

del glicine fratto di lilla

e rifratto di bianco

c’e’ la ripetizione ossessione

di regola     quasi preghiera

p.20

E dunque la bellezza non è il frutto di un’ apparizione del Nulla. La bellezza è il dono di un sacrificio, dell’accettazione a morire:

ho imparato in tante veglie solitarie

(e sugli scritti degli amici morti

e semprevivi) che Uno si é fatto uomo proprio

perchè a Giobbe voleva somigliare

verrà – dico al mio fico -

il tempo dei tuoi frutti

i più dolci dell’hortus

le grosse gocce del tuo sangue

avranno la mia riconoscenza

p.19

Nella descrizione di questo sbocciare e apparire giornaliero, non si coglie la superficie, ma “il derma, il suo sottile”. Siamo quindi, nella sostanza di uno stilnovismo declinato, modernamente, in simbolismo materico, dove la sostanza brutale si adombra – per non spaventare, per arginare il dolore – di sostanza umbratile.

“Chiaro e Scuro/così innocenti e intatti”, perchè “fuori e’ rimasto/quel piccolo grammo di strazio/che avrebbe sbilanciato il tutto”, p.31.

La cura verso le parole è dunque la stessa della dama verso il suo bestiario naturale, e non è una dama assisa al centro del labirinto in compagnia dell’unicorno e con la veste ricamata. E’ la donna intenta a coltivare e proteggere il frutto del suo ventre, nello sfondo di una natura che evolve osservando il trascolorare della giornata e delle stagioni, come fa il contadino/naso di cane:

questo è un giorno compiuto

la terra e’ tornata leggera

un fuoco ha bruciato

le foglie appassite

p.33

 

resto

seduta qui fuori

fino all’ultima luce

che inonda di chiaro

il corso paziente degli occhi…

p.34

Tutto quest’ordine spaventosamente fragile, è innestato nel lavoro da fare della poesia e dell’amore. Il compito è di cogliere i segni naturali che legano uomini e cose, il pianeta e le stelle, le radici e il cielo. E’ un libro, questo, che si inserisce nel filone degli innesti tra parole e segni, scrittura come alfabeto naturale, tramite tra la parola discosta delle cose e la parola drammaticamente dislocata della razza degli uomini.

Quale il mezzo?: il sacrificio degli esseri che per resurrezione e vita devono prima morire, attraversare la terra e giungere alla luce della stessa stella.

Sebastiano Aglieco

 

 

Nota di lettura di Antonio Devicienti

 

 

Come tutti i libri di poesia riusciti e preziosi perché capaci di portare il lettore a ritornare

spesso su di essi, a non accantonarli dopo le prime letture, CARMINA FLAMMULAE si

impone per l'immediatezza e la necessità della dizione poetica, per una naturalezza e

spontaneità (ed esse non hanno nulla a che fare con una supposta e malintesa ingenuità o

istintività, tutt'altro!) che sono frutto della quotidiana cura della parola, come se vivere ed

esprimersi in versi fossero in Fiammetta Giugni tutt'uno: libro privo di compiacimento e di

narcisismo, libro, ben s'intuisce, nato da una necessità profonda a dire, libro onesto, se

volete in senso anche sabiano.

Comprensibilmente l'autrice si pronuncia in favore del silenzio e dice di sentirsi soltanto

umile ricettacolo della Parola; ma non occorre essere credenti per amare questo libro: il

senso religioso di amore e di rispetto per l'ambiente, per gli esseri che lo abitano, per il

dolore degli umani appartiene a chiunque si senta figlio della terra.

La silloge va costruendosi come una sorta di monastero i cui mattoni sono le parole, come

un eremo di silenzio e meditazione, come un broletto dal quale ha luogo la

contemplazione; non ho scelto a caso i tre sostantivi in corsivo, perché tutti rimandano ad

una condizione esistenziale e spirituale e ad una scelta di solitudine che, per apparente

paradosso, è estremamente aperta al mondo. Mi sembra infatti che l'intera raccolta

dispieghi una serie di polarità comunemente considerate inconciliabili, ma che invece il

pensiero e la parola poetica sanno interconnettere affinché liberino senso: silenzio e

suono della parola, solitudine e ascolto del mondo, io e alterità. Siamo nel cuore di un libro

anticonformista e in lucida controtendenza: se la realtà che ci circonda è fatta di musica

sparata ovunque dagli altoparlanti e fatta forzosamente ingurgitare non a persone, ma a

clienti cui viene riconosciuta una parvenza di esistenza solo in quanto clienti, se la

domenica consiste nell'amorfo ammassarsi dentro i centri commerciali, se le serate

affondano nella demenza televisiva, CARMINA FLAMMULAE racconta il raccoglimento, la

meditazione, il gentile sussurrare i propri pensieri sotto i quali tumultua però

l'incandescenza del magma.

La prima parte, intitolata CANTI DEL MIO BROLETTO (ricordiamo che l'accezione

principale di brolo e broletto è campo coltivato, orto, circondato da un muro) comincia con

un testo posto tra parentesi, quasi a voler suggerire il sussurrare e il tendere al silenzio

gravido però di pensiero: (… ho disposto un perimetro / di sassi e di rinuncia / nel luogo in

cui ti attendo // quanto posso mi tengo / a ciascuna misura di isolamento / che abbia di un

hortus clausus / la parvenza), pag. 14. La misura breve, ma classica del settenario

sorregge metricamente un discorso scarnificato e denso, la clausura e il perimetro, fatti di

sassi e di rinuncia, costruiscono uno spazio interiore di attesa – il pronome “ti” può essere

oggetto di diverse interpretazioni, anche in base alle sensibilità del lettore. Un elemento

che apprezzo è la musica discreta di questi versi, perché il silenzio può essere ….. detto

solo tramite le parole e così si rivelano quelle discretissime e belle assonanze tra i termini

perimetro-attendo-tengo-isolamento, mentre compare subito il sasso, la pietra, referente di

una condizione volutamente spartana del vivere e radicata nell'essenzialità dei bisogni.

“oggi la neve beveva la pioggia / e senza nessuna paura / cedeva il suo bianco / alla

terra // anch'io vorrei seguire l'ordine del tempo / e sentirmi sospesa / fra coesa e dissolta”

(pag. 16) dice la poetessa e in questo frangente farei notare l'uso assai parsimonioso delle

maiuscole (rarissime in tutto il libro, assenti nei versi citati e questa è la norma generale) e

la rarefazione quasi totale della punteggiatura, lasciando la scansione ai grandi spazi

bianchi della pagina intorno al testo, allo scorrere dello sguardo durante la lettura da un

verso a quello successivo e alla spaziatura tra le strofette. La lingua usata va da un

italiano cristallino al latino, ancora ad un italiano ispirato ad exempla medievali e

francescani, fino al dialetto valtellinese ed i motivi sono, a mio parere, almeno due:

parlavo di anticonformismo e controtendenza, ebbene il libro di Fiammetta Giugni rifiuta il

calco del parlato, cerca una lingua capace di veicolare lo scavo interiore e l'attesa che

marcano anche il vivere oltre che lo scrivere della poetessa – è una lingua elegantissima,

condotta fino al massimo di significanza, perfettamente dominata nelle sue sfumature

llessicali e sonore; altro motivo potrebbe essere la consuetudine con i testi religiosi e

mistici sia in latino che due e trecenteschi, per cui posso immaginare che per l'autrice sia

naturale, ovvio pensare ed esprimersi seguendo anche sintatticamente e lessicalmente le

suggestioni che da tali letture le derivano: “alba / bell'alba / gutta de rosada / umor de

veritate / destillatio rara // alba / bell'alba / immaculata et vaga / pagina clara / sovra la mia

scriptura / de paga et pretio / a la mia notte oscura” (pag. 21). Eppure c'è tanto di più,

come in ogni testo poetico che in sé sa raccogliere e da sé irradiare connessioni e

richiami: penso all'aubade di tradizione provenzale, alla rosada (rugiada) pasoliniana e

friulana (quindi forte è la presenza della tradizione romanza), ai mistici (San Juan de la

Cruz citato esplicitamente, ma, credo, anche tutta la tradizione mistico-speculativa intorno

alla luce e al buio, all'acqua rigeneratrice, alla parola e al silenzio, alla simbologia del

seme e del fuoco); il vaga è anche il prediletto aggettivo leopardiano, mentre (suggestione

platonica?) l'alba è la pagina che si dispiega sopra la scrittura, la quale ultima sembra

essere solo imitatio della vera, quasi un venale prodotto della notte oscura appena

passata.

I pruni, il fico (“verrà – dico al mio fico - / il tempo dei tuoi frutti / i più dolci dell'hortus // le

grosse gocce del tuo sangue / avranno la mia riconoscenza”, pag. 19), il glicine (“c'è del

buono lo sento / nell'ordine fitto / del glicine fratto di lilla / e rifratto di bianco” pag. 20), i

gatti in amore, l'ape, l'equinozio, le stagioni e, sovrastante, la montagna, la grande, alta,

splendida montagna e poi i muretti a secco sono gli elementi del paesaggio di cui è

sostanziata la silloge. Proprio i muri a secco del broletto meritano contemplazione e un

canto che si dispiega in sequenze spesso anaforiche celebrando l'artigianale lavoro di chi

quelle pietre scelse, lavorò e sistemò; si tratta di pietre che vivono, in ognuna di esse si

esplica l'energia della natura e del lavoro umano congiunti: “...e aprirsi / a una sola misura

di terra / al vagito sottile / delle piccole teste di pietra / che la chiudono / per farla

universale e unica” (pag. 36).

“io vivo in presenza del monte / al cospetto perpetuo dell'alto” (pag. 46) iniziano i

MADRIGALI DI MONTE che, richiamando la tradizione del madrigale amoroso, cantano il

rapporto d'amore, appunto, con l'alto, con l'appello dell'alto e sono innervati da una

meditazione sul dire: “ma io sono la lingua / del sodalizio / la destinata a dire / la madre

feconda del nome // io sono la creativa della glossa a commento / la nota intonata” (pag.

48). La poesia di Fiammetta Giugni sceglie infatti il canto cristallino e privo di ermetismi:

“posa sulle mie cose / nel tragitto palindromo / del scendere e salire / l'eco della cima

silenziosa // e viene neve se ha da venire / e vento quando soffia / e quando sorge / luna //

e quando viene / il vento / taglia la lingua nuda” (pag. 54), nel suo andamento meditativo,

sempre attenta agli accadimenti naturali, nel suo itinerare “palindromo” di ascesa e

discesa questa poesia fa pensare a certi testi di Anna Maria Farabbi (quelli di SOLO DIECI

PANI, LietoColle, Faloppio, 2009, per esempio) e alla simbologia del Carmelo, nonché a

molte bellissime pagine di Adriana Zarri (UN EREMO NON È UN GUSCIO DI LUMACA,

Einaudi, Torino, 2011). Ho citato testi affini per temperie spirituale e comune modo di

sentire il mondo, anche perché la poesia di Fiammetta Giugni esplicita e vuole avere radici

in un'esperienza esistenziale precisa, non si pensa come un assoluto a se stessa

bastante, aprendosi ad espliciti richiami come nel verso “(...) quando mi racconto

Zanzotto” (pag. 50). E anche chi è “affacciato alla riva di un'altra tradizione” (mi approprio

qui di un verso della poetessa a pag. 51) potrà ben apprezzare la bellezza del canto (“c'è

la ripetizione ossessione / di regola quasi preghiera / uno sgranarsi di idillio / che (per

dirlo) / al suo suono / ne viene un profumo” pag. 20, ad esempio), la profondità

dell'esperienza e della ricerca da essi veicolata, il voler fare coincidere esistenza e parola,

il portare ad espressione dubbi e battaglie interiori: “così ci amiamo: // nell'incastro perfetto

/ delle accezioni doppie // nelle simmetrie / delle tensioni opposte // con le scherme /

ricostruiamo la pace” (pag. 53); e nei densissimi VERSI INCOMPIUTI SULLA FORMA

DELLA CROCE: “a ogni voltar di pagina / convoglio la presenza / di tutta la mia

apprensione / e di tutte le mie fiducie // è un dispormi al viaggio / sub signi crucis / unica

protectione” (pag. 70). Dolore, sacrificio, corpo come crocevia sia della gioia d'essere al

mondo sia della sofferenza connaturata all'esistere, corpo che ha in sé la forma stessa

della croce, corpo che reca il seme della gravidanza e del parto, sguardo, guardare: sono

questi i nuclei semantici del dialogo poetico della sezione, benché l'intera raccolta sia

dialogo costante con “Vostra Assenza” (pag. 25), con il “tu” ch'è Dio (ma quest'ultimo

termine non è mai, significativamente, enunciato), uno svolgersi ossimorico di opposti che

cercano conciliazione, un forzare la parola e il verso poetico (“slogare” è verbo che la

poetessa usa con definitiva e lucida consapevolezza del proprio poetare) per dire ciò che

è arduo dire, in quanto travalica le possibilità espressive della parola stessa. In tal modo

Fiammetta Giugni è ben dentro la ricerca poetica contemporanea che cerca nuove strade

al dire dopo aver conosciuto e attraversato la crisi del sistema linguistico in quanto

veicolatore di significati, portato di un periodo storico, sistema segnico. Nell'attenzione e

nell'attesa, nell'interrogare continuo e nel guardare si spalancano non certezze e soluzioni,

ma ancora interrogazioni e sguardi spinti il più possibile oltre l'ultimo orizzonte appena

raggiunto, si spalanca una dizione che pronuncia la contraddizione e il paradosso: “penso

sia troppo dura / la sostanza / per contenere il senso “ (pag. 62); “bisognerebbe arrivare al

punto (e oltre) / senza più orecchi / e bisognerebbe avere il coraggio di guardarla / (la

Forma) / ma come senza occhi” (pag. 64); “e come rispondo / adesso / alla risposta?”

(pag. 66); “qui è rimasto uno scudo di parole / perché tu sei la lancia” (pag. 73).

Nelle ultime pagine della silloge si colloca una lunga sequenza lirica dal titolo stupendo di

ONTO- OROGENESI: “Camminavo, in alto, camminavo”; “ho scelto la pietà / scabra del

sasso” (pag. 77); “essere sempre al centro / sentendosene fuori” ; “l'importante è osare / la

dicotomia, osarla questa dicotomia” (pag. 78); “perché adesso è l'oggi, è il parto, l'atto di

mettersi al mondo attraverso il connubio spinto fra l'anima e il Legno, fra il pensiero e la

sua compagna Acqua” (pag. 80) – ho citato soltanto alcuni luoghi del componimento che

spero ne suggeriscano la struttura come di un journal intime, come di uno snodarsi di

pensieri legati spesso per asindeto e per semplice accostamento; vi si vuol rappresentare

la nascita dell'essere che avviene attraverso l'atto medesimo del pensare e che somiglia

ad un sollevarsi verso l'alto di quanto in precedenza era sommerso. Non trascurabile è poi

il motivo erotico, presente anche in altre parti della raccolta, il quale non è affatto

paradossale o bislacco se si fa mente locale a molte pagine di letteratura mistica in cui le

immagini e le metafore di carattere erotico dicono l'amore tra Creatore e creatura e non

dimentichiamo neanche la rappresentazione berniniana dell'estasi mistica di Santa Teresa

e di Ludovica Albertoni.

Ed infine EXITUS: “È già tutto dettato / un testo generato dal sotto / del titolo dotto or/mai

detto / come fosse rimasto per ore, per giorni, / per cercini d'anni sospeso / in attesa /

(…..) / e risuona / il concetto più puro // per similitudine oppure // per alto distacco” (pagg.

83 e 84). La poetessa considera se stessa soltanto un umile tramite traverso cui la parola

viene alla luce, ella è, appunto, una flammula, la fiammella/fiammetta che brucia d'amore

per la parola, colei che si schermisce di usare un “titolo dotto” che, e questo viene detto

con una sorta di rassegnazione, è “ormai” stato formulato, “or” ora pronunciato. C'è un

mettersi al servizio della parola e della poesia in questo libro, un fare del mestiere poetico

diuturno esercizio di ascolto e di attesa, proprio in tempi d'impazienza e di fretta

forsennata e qui chiudo il cerchio: non c'è niente di ingenuo o viceversa di atteggiato nella

pronuncia poetica di Fiammetta Giugni; mi piacerebbe addirittura sapere se sottintesa non

ci sia la lettura di María Zambrano e penso alle pagine della filosofa spagnola in cui la

poesia viene resa luogo privilegiato della speculazione e della ricerca filosofica; mi pare

infine di riscontrare un amore per la bellezza che si esplica tramite la cura della parola

quale specchio della bellezza insita nella natura.

Concludendo questa nota tengo a citare due bellissimi interventi recenti sul libro di

Fiammetta Giugni, che invito caldamente a leggere; il primo è di Fernanda Ferraresso

pubblicato in www.cartesensibili.wordpress.com  il 29 aprile 2012 ed il secondo di

Sebastiano Aglieco in www.miolive.wordpress.com  (compitu re vivi) del 13 maggio 2012.

 

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