Enrico Maria Di Palma

Enrico Maria Di Palma - Dalla parte di Huáscar

 

ISBN 978-88-97224-34-1

Edizioni CFR - 2012 - pp. 72    € 10,00

 

Silloge terza classificata pari merito al Premio Fortini - 2° edizione.

 

 

 

Ci troviamo, pertanto, di fronte a una poesia dove dal verso molto raffinato e molto personale, solo in parte debitore al linguaggio  della musica, e forse da controllare meglio in talune costruzioni gergali un po’ disinvolte – anche se, a rigore, non ci stanno poi tanto male nell’orizzonte complessivo della lingua e del senso, ma ci sembra conferiscano al (raffinatissimo) stile una nota un po’ equivoca -.

 

L’ultima sezione della raccolta, intitolata Viale Monza, Calibro 18 (Viale Monza è probabilmente la via nella quale abita il poeta-studente) si compone di due spezzoni di un poemetto che il poeta ha ancora in itinere. Troviamo un monologo iniziale, esilarante e amaro, nel quale il poeta racconta un “fisicissimo” risveglio mattutino, e di una seconda parte, che descrive una fantastica e irreale passeggiata per Milano. Viene in mente, Joyce, in qualche modo, e i pensieri scardinati di Mister Blum che si aggira per una Dublino irreale. Questa sezione stacca, mi sembra, dalle precedenti cinque, per l’intensità espressiva e per lo spessore, anche se le tematiche non sono dissimili. Di Palma cerca insomma di costruire un poema sull’uomo moderno, sul senso di vuoto, di inanità. di precarietà e di insignificanza, nel quale si dibatte la nostra esistenza inurbata e stordita dagli anestetici della cultura di massa.

La reazione è un ritorno al corpo, alla fisicità, alla decostruzione di tutti gli intellettualismi che dissacrano gli ultimi barbagli di libertà mentale e ci consegnano a un sub-umanesimo sempre più becero e vuoto. C’è l’eco della politica, della cronaca, dell’oggidiano.

 

In conclusione, mi sento di affermare, con sicurezza che siamo di fronte a una poesia già forte, già adulta, altro che “giovanile” e tanto meno “esordiente”. Sarà pure “opera prima”, ma di tutto rispetto, a prescindere dall’età del poeta.

 

 

 

 

 

Recensione di Gabriella Modica

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