Manuel Cohen

Winterreise.  La traversata occidentale

 

ISBN 978-88-897224-33-4

Edizioni CFR - 2012 - pp. 152 € 13,00 

 

Silloge prima classificata al Premio Fortini - 2° edizione.

 

 

 

“Traversata” dunque, ma nella cultura, dentro tutto il rimosso della cultura contemporanea. Significa insomma che l’intenzione del poeta, (che diverrà sempre più chiara nel corso delle undici sezioni, così come accresce l’intensità emotiva ed affettiva e lo stesso “ritmo”, a volte, della prosodia) non è quella di sottoporci l’ennesimo quadro storico–generazionale, ma piuttosto quello di rilanciare, sul piano culturale, proprio il rimosso, la pigrizia mentale di almeno due generazioni e dei nostri giorni. Ossia il dovere civile del poeta, il ruolo stesso della poesia nella società, già dagli esordi della poesia epica e tragica. L’intenzione è quella di andare a scavare dentro quei nodi, attualissimi e ancora irrisolti, che la cultura non vuole affrontare perché sono scomodi, veri e propri “scheletri negli armadi” della letteratura (e della poesia in particolare) dello “stile di vita” occidentale, del potere, della politica, e così via. L’intenzione è anche quella della resistenza, ma per nulla remissiva. [...]  Ma forse, più che forza ideale, debbo qui parlare di una sua puntuale “testimonianza alla verità”, sia pur soggettiva, ma senza remore e con grande coraggio. Testimonianza che non si esaurisce certo in se stessa ma diventa, man mano che il libro si sviluppa, vera e propria collera, esplicita e ritmata dalla fonoprosodia,  voglia di reagire, istigazione alla ribellione, ben al di là dell’impegno etico e civile di “dire la verità”. Cosa che manca a troppi poeti, che si appagano nel produrre una poesia, se non di consenso, almeno di “non detto” – la poesia del taciuto, del fra parentesi, del rimosso, appunto. Il testimone non cerca il consenso o l’approvazione: è impegnato dal giuramento, di “dire quello che sa”, al di là del fatto che piaccia o non piaccia, procuri plauso o magari sotterranei rancori – cosa frequentissima nel mondo delle lettere, popolata da insopportabili narcisi e disumanizzata dalla sua autoreferenzialità; o che gli procuri anche una chiusura ideologica a causa della sua chiarezza e delle sue accuse senza remore ai poteri e a chi li incarna (si veda ad es. le sezioni IX e X)

Dotato di tale equipaggiamento, il canto sgorga naturalmente alto e, direi, profetico, nella scia del profetismo laico pasoliniano (che permea in buona parte lo spirito di tutto il poema), condiviso con altri che, pur senza nome o appena riconoscibili per fugaci indicazioni disseminate nei testi, colloquiano col poeta sul basso ostinato della sua proposta critica, in veri e propri dialoghi poetici.

Una poesia forte dunque, segnata qua e là da una vena generazionale (in modo particolare nella terza sezione), che vuole mettere il dito nella piaga perché è dal riconoscimento del fallimento che può nascere una migliore avventura, umana e letteraria (si veda la feroce invettiva di tutta l’ultima sezione).

Cohen, peraltro, è conscio della vocazione piazziaiola di tanta poesia civile, gridata, a volte sgraziata, prolissa, sopra le righe, non di rado sciatta nel linguaggio, imprecisa, spesso ideologica e giacobina. Da critico raffinato si pone dunque anche il problema dello stile e lo affronta in maniera rigorosa, senza uscire mai dalla tradizione di rigore e ricerca della migliore poesia. I ritmi che preferisce sono quelli dell’endecasillabo e del settenario; la fonoprosodia si arricchisce di allitterazioni, di rime interne, di effetti lungamente cercati nel lavoro di lima, guardando alla migliore poesia del secondo novecento. Alla facile soluzione affabulatoria, alla prolissità, Cohen contrappone il rigore semantico e una concisione a volte esasperata e densa di allusioni, ma mai monca. Alla parola banale egli preferisce la parola precisa, capace di dire quello che vuole dire e non “più o meno” un certo significato. Uno stile, dunque (apparentemente) castigato dalla forma chiusa nelle ottave, nella rima, ma dalla densità di contenuti molto rara, nel panorama odierno.  (G. Lucini)

 

Credo siano tra le cose migliori che la nuova generazione ha saputo proporre in questi ultimi dieci anni: melicità e pensiero, metrica breve e sintassi lunga, vi si raccolgono a far fruttare la lezione del significato espresso ed esplicito reso con fresca musica, che da Saba giunge a Caproni e a Giudici. (Gianni D'Elia)

 

 

(la tribù delle talpe)

 

 

1.

 

siamo le scavatrici della notte

sortite da un’oscurità invernale

rapite da un silenzio occidentale

chiuse al fondo d’un emiciclo a botte

scende al sottofondo un rumore a volte

raggiunge il sottosuolo infernale

dove miniamo l’assetto sociale

noi che cieche viriamo le rotte

 

 

2.

 

scaviamo e scanaliamo la struttura

del paese più reale – siamo le albine

per rabbia montate contro il regime

un poco daltoniche per natura

noi scaviamo segregate in clausura

siamo le irose le indefesse fiere

le inquiete eredi di primavere

rosse siamo le primule in radura

 

 

3.

 

siamo le umane le nere pantere

siamo le indiane metropolitane

siamo l’odio del fronte padronale

siamo memoria di operaio potere

di varia natura articolazione

veniamo da trento porto marghera

padova roma milano voghera

bologna pisa torino sirmione

 

 

4.

 

eredi di lotte rivoluzione

scaviamo lo stato in decostruzione

per una nuova ricomposizione

d’una viva privata insurrezione

ma a chi non crede all’articolazione

operaia all’azione o sovversione

della capitale organizzazione

diciamo ‘la strada è nell’eversione’

 

 

5.

 

ché dalla sconfitta rassegnazione

non nasce non cresce o dalla tensione

strategica altro che odio e ragione

mercati spread finanza inflazione

povertà vecchionuove immigrazione

speculazione delocalizzazione

precariato cura radicale mozione

che di cambiare ha struttura visione  

 


 

 

Spazio su Rai-Educational http://www.letteratura.rai.it/articoli/manuel-cohen-winterreise/14119/default.aspx

 

 

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